Visualizzazione post con etichetta straniero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta straniero. Mostra tutti i post

martedì 3 giugno 2008

E morte non avrà dominio



di pelle e nervi smaglianti

adombravi la vita agra e di piombo

di un cristo senza nome, sempre prono.

Il vino che declassa e non respinge

Per lui eri la visione d’ottobre

D’un eunuco avaro di gloria

Di così bianco e risa suadenti

Il sole s’accasciava, e misericordioso,

si piegava al solo gesto acre

e dal sapore di sabbia

di quel giorno e da allora,

nulla sulla radice rimane

non un gesto, un sintomo da rinnegare

la mano, che neppure il cielo,

non è già ragione

di dolore neppure gli ossequi arderanno,

di verde mi giunge,

esacerbante ma mite come la notte,

la voce che s’allontana , e il suo,

tingersi?, in volo scortica e depone sulla morte

e dalla nenia

ora si lo gratto, e giace lì accanto

come un verme lacerato distrugge

distrugge al buio di chi è squassato

e ha voce

la voce di chi è nato.

giovedì 22 maggio 2008

rigonfiamento ematico dei genitali


primo piano un po’ sfuocato, tono predominante un rosso cremisi;la ragazza sorride sguaiata, impertinente, triste come la notte, attorno a lei tutto si muove: un ragazzo cammina da tutte le parti, rifacendoli, toccandosi da tutte le parti, la sabbia si alza da terra in nuvole rosa pallido, il viso non lo vediamo mai, solo flash e sguardi lanciati verso il sorriso di lei, sembra sapere dell’obbiettivo, scappa tra le mura della sua cella, è nervoso, le labbra si muovono, quasi urla e poi sottovoce, ma non si sente nulla, l’audio è scarso, anzi quasi nullo, solo il rumore dei passi e del vento sui capelli di lei. Chiusa con primo piano su di lei, sugli occhi azzurro pastello, se esiste. Questo è l’ultimo sogno di lucio (non è morto, è quello che mi ha raccontato stamattina, offrendomi da bere).secondo lucio lui è come noi, lui è come il cielo, è il suo ottimismo da fascista. lui che ammazzerebbe tutti i diversi da lui, lui che nel cuore della notte ti abbraccia mentre ti parla e tu festeggi qualcosa con i tuoi amici che nemmeno ricordi, lui che odia il suicidio, è una perdita di tempo dice offrendo con lo sguardo una sigaretta a tutti, lui che ha perennemente i coglioni girati perché basta guardarsi in giro ed è tutto malato, lo faccio e gli do ragione prendendo la sigaretta: due di noi sono con lui, gli altri chissà dove con la testa e con il corpo stupido che si muove, piccoli nichilisti invertiti che prendono tempo ma il treno ritarda li chiama. lucio non fa nulla per esistere ma esiste, esiste solo per ciò che lo fa crescere, per quello che lo rode da dentro da anni, ma che lo fa pensare e con le mani tocca terra e capisce che c’è, si può toccare. se uno è sul baratro, nulla si avvicina a lui, è perso che senso ha vivere per gli altri soltanto? Ha tutto e non deve svendersi mi dice guardando dall’altra parte. Ribatto e lui alza la voce, guarda dall’altra parte e mi spinge sulla ringhiera e rido, ma lui mi dice stai attento e ora è calmo, rilassato. Erano passati nove mesi, la nascita di un bambino da quel giorno da cani, dalla sua morte improvvisa, e voluta e lui, lì lì per svenire con la sua spossatezza, la sua irrisolutezza, la voglia di farti aprire gli occhi sfidandoti, mi ha detto non so che dirti, non pensateci, qui non c’è spiegazione e pensavo che qui, nella mia città uno così fosse impossibile da scovare, uno da carver per intenderci, che soffre veramente anche se non ti conosce, e che tutti schiverebbero, non per il suo modo di fare o per i vestiti, curati e dai modi garbati peraltro, ma per quello che immagini ti dirà, con forza in faccia, e standosene zitto, quando c’è solo il silenzio da rispettare, quando stare male per gli altri non esiste più e ci si può sentire vicini per un attimo. Da quella sera non lo abbiamo più rivisto, anzi sì ma non ci siamo mai più avvicinati. Forse gli altri due che come me quella notte, su una scala tra due palazzi, festeggiando una laurea, gli hanno parlato, sentendo i suoi pensieri, con i vicini che ci urlavano per il chiasso, se lo ricordano ancora. secondo lui la finzione guarda dove ci ha portato, e da dove veniamo, la maledizione è in noi, e poi sorridiamo…

mercoledì 14 maggio 2008

il coltello nell'acqua



inizio anni ‘90.
Un grande paese, splendido. Dove fa molto freddo. Si innamorano in maniera sudicia, leggera, scoprono il loro amore reciproco. Decidono come molti di vivere insieme, sono dei nomadi. Ha tutte le parvenze di un amore giovane, è fresco infatti ma è minato da tutto il resto, da quello che non amano, da quello che ci rode da fuori, è vero perché senza parlarsi si capiscono, non serve l’arma dello sguardo, no, con loro no.
Inizio ventunesimo secolo.
Arriva il temporale e fa caldo, molto caldo. La loro vita è diventata raccontare la loro vita.
Di notte, spesso, uno immagina il dopo, quando si sveglierà. Io lo immaginavo così.
Quello che fa non lo consente, il suo perché di vita, la sua unica ragione non lo consentirebbe, tutti ridono forse come vent’anni fa se solo ci provasse.
Un muro di suoni ripetuti che arrivano dal mare, come lei che si muove appena finito di amarti. E il resto monotono, implacabile come un duro che non perde un colpo, rispettato da tutti, sì. E appena lo vedi, dici non è possibile, non lo ricordo così. La mascella è contratta, si muove a scatti, impazzita, il punto fisso davanti a sé è il bersaglio da fucilare, da eliminare subito. La lingua dentro la bocca si muove, rimargina le ferite, e le guance si sgonfiano e si riempiono mentre s’avvicina: un passo avanti e due indietro. Chi se ne frega, è insicuro ma tutto può aspettare sembra dirci. E poi ci sciogliamo perché ci parla di uno sporco lavoro da fare, d’un omicida con voce d’angelo. Una profezia da pathos, intensa ed evocativa. Lascia senza fiato, tutti soffrono di claustrofobia e cenere cade per terra. La preparazione ad un combattimento. E il suo subire poi. Il suo non sapere fare nient’altro se non raccontarci tutto come stanno le cose, e lasciar giudicare chi è il colpevole e la vittima. È lei, la vittima.
La guarda nei momenti in cui è più importante il silenzio, quello che non fa, e tutti aspettano voraci. E lui livido e scuro in volto, abbassa il volume del suo bastone, della sua carezza, il suo strumento d’una vita. La fissa a lungo, in zona franca. E lei a pochi passi, la timidona, non piace è bruttina e grassoccia, ma ti uccide se ti guardasse, non ci tiene a fulminarti questo è certo. Batte il ritmo della vita di lui e noi tutti rabbrividiamo in silenzio, muti come campane a lutto per le vite degli altri. Lui la esalta, la minaccia, la vuole magari consolare, vuole dimostrare qualcosa. Ma lei nulla.
E lui ci colpisce finalmente: tutto sembrava calmo, e invece. La scortica la chitarra, la divora, qualcuno ride, qualcun altro no, sta zitto e non capisce. E poi nulla da capire. si guarda spaesato attorno, in preda ad un virus violento di realtà. E lei ancora nulla da fare, nemmeno un cenno. E poi si calma. Ride dice qualcosa. Non tutto è così, magari siamo solo noi un po’…lei ride e per un attimo si incrociano. Ma non c’ è tempo perché la canzone dopo parla dei fiori del sole. E tutti muovono la testa, sorridenti.

lunedì 5 maggio 2008

piegato dalla pioggia tra gli arcobaleni


a me è successo da poco, a tutti prima o poi.
penso sia una cosa bella, ma si stava meglio prima, anche se non si stava peggio.
la mia poi è uguale a quella di cui sto per parlare, le coordinate ci sono tutte.
per la prima volta, musica.
già sentita o che altro chi se ne fotte, tutti hanno voglia di rifarlo, di riprovarci, di stare male pure per finta, o per davvero. questa è la domanda.
la tradizione è una cosa importante, insostituibile, se la mangia l'innovazione quando è arte,e così torniamo al ricordo e al passato anche se brucia o fa ridere.
anche se non ci sono i violini nelle vostre teste ma gente che urla e siete stonati, non la voce, qualcos ' altro.
parlo di questo perchè è la prima cosa che mi è venuta in mente quando il ritmo è partito, la più vera e non succede tutti i giorni:
blu - non l ho mai cercata ma è successo, l'incontro era preparato e sapevi già come sarebbe andata a finire. l'avevi già vista eh sì, quindici passi tra te e lei - infernali -e poi svieni e ti risvegli a vorticare attorno all'aria, è triste moderno, un blues se avesse le parole per metterti in difficoltà, ma basta immaginarla.
il serpente - qui si salta tutto, contano solo le sensazioni. il corpo è avvinghiato, e state facendo l'unica cosa al mondo che tutti sanno fare bene anche se mentre lo fai non ci pensi, tutto automatico e le parole non hanno senso "io ho fatto quello che stai dicendo", è quasi una minaccia e tutto è tremendamente fumoso, esiziale e biancheggiante. e qualcuno sembra ascoltarti, senti le risa, oltre il muro, sono cattive come i suoni che non decifri.
nudo - pensi al muro, a quelle macchiette che da piccolo ti ipnotizzavano sul legno intarsiato del tuo soffito, delle pareti con i mostri, la tua casa così antica, malevola. adesso hai paura di quella stanza, una volta no, l'urlo che sentivi era lungo, strascicato, ma da bocca a orecchio attaccati, da non far male, bell'idea."sta succedendo", pensi a quello che dovrebbe, quello che sarà, a lei accanto. e sbagli.
i tuoi occhi - è ipnotizzante, calorosa, melanconica, grigia, stanca, affamata, endemica, patologica, rossa, vociante, calma, vertiginosa e generosa, polvere, attorno a me, la migliore, adesso, oceani, inarrestabile, fa paura, ha le sembianze di mostri sul soffitto, sgrammaticata, cadente, cadaveri in mare, luci strane, pesci, mai ripettitiva e leale, sgocciola piano ma poi uccide "nel più profondo degli oceani, i tuoi occhi" dice quando scoppia.
ne ho bisogno, l'ago - te ne rendi conto perchè è sincopata, saltellante e melodiosa, e già non ne puoi fare a meno, nemmeno finisce e gia la rivuoi, rincretinito come un bambino, ti commuovi per queste cose ancora? ma ci caschi perchè alla fine soddisfa dopo l'attesa, basta aprire gli occhi e fingere di essere ignoranti, "tu sei tutto quello di cui ho bisogno". il malato sei tu non hai bisogno del resto.
sveglia sveglia - lenta come un bacio che ha fretta di diventare amore.
inutilità - ha un rumore sordo, cattivo il sottofondo, il viso slacciato quasi sfigurato ma la voce è tiepida e leggera come il mare a giugno. ti fa venire i sensi di colpa, rimurgini.
amico - "sarò tuo amico appena sarò il tuo amante", il resto è sorvolabile, riempitivo e cornice per poche parole, ma vere, da dirsi in faccia.
dimesso - sei rassegnato, dissimuli felicità e voglia di vivere il giorno dopo ma ci pensi, e da monotonia cominci a vederci chiaro, ad aspettare a dire quel che sarà, anche se urleresti e tutto attorno a te puzza, "la tua canzone preferita", te la vai a cercare, ignorante.
il giorno perfetto - è quando sei in bilico tra tutto e tutte le parole che hai appena scritto sono mielose(?) e insignificanti perchè mai ce la farai a descrivere un sentimento sia pur strozzato o inesistente, fuori controllo. è triste e felice e dà una possibilità, ha cadenza da funerale ma nasconde tutto quello che potrebbe essere, magari qualcosa di diverso dal passato.

questo è

in rainbows, radiohead.